Per esprimere questo brusio, questo soqquadro, questa condizione babelica, Zapata concepisce la mostra come un ambiente, come uno spazio quotidiano, come una dimora il cui arredamento evidenzia un gusto ambiguo, una eccentricità contagiosa che immerge così lo spettatore nel clima del chojcho, di un fenomeno contemporaneo nato in Bolivia (es algo muy boliviano, suggerisce José Ballivián) per designare un cocktail estetico esplosivo che, se da una parte
rappresenta l’etiqueta peyorativa di modelli nati dalla società di massa e dalla
sottocultura della megalopoli, dall’altra si smarca dalla negatività – propria del
cholo («una mezcla racial/cultural de rasgos indWgenas, hispánicos y
occidentales») – per mostrare un linguaggio allucinante e surreale, producto del mestizaje culturale.
Partendo appunto da alcune ricognizioni agiografiche e da una serrata indagine
iconografica riguardante la martire cristiana, ma anche dalla vita burrascosa di Beatrice Cenci (che rappresenta, per l’artista, una donna simbolo di integrità) e da una pratica creola che prende sempre più piede nel panorama visivo – emotivo e sentimentale – della Bolivia, Narda Zapata concepisce un viaggio nelle strutture profonde dell’antropologia per
delineare una forma di conoscenza alternativa, un’immagine complessiva che rispecchia appieno gli effetti e la genesi di una evoluzione sociale (l’artista sceglie infatti di «lavorare
nell’ambito della pittura sovrapponendo diverse tecniche che rafforzano l’idea di un
barocco esasperato e molto esagerato, con tendenza post-pop»), di una civiltà che, per
dirla con Greenberg, «produce contemporaneamente due cose del tutto diverse come una poesia di T.S. Eliot e una canzoncina di Tin Pan Alley, oppure un dipinto di Braque e la copertina del Saturday Evening Post». Un trittico composto dal ritratto di Stendhal (che
nelle sue Chroniques Italiennes del 1829 racconta la veridica storia di Beatrice Cenci),
una serie di bandierine che restituiscono l’effetto dei prestes (le feste organizzate, in Bolivia, per onorare Santa Cecilia), una scultura in cartapesta che delinea l’etichetta dell’Alcol Caiman e il disegno di un musicista boliviano strappato ad una delle tante orchestre popolari che sfilano per le strade di Sucre, La Paz o Santa Cruz il 22 novembre. Sono soltanto alcuni degli espedienti proposti da Zapata per delineare uno stile
incandescente il cui volto mostra l’energia di un mixaggio – in cui con uiscono formule
spagnole, brani indigeni e declinazioni culturali generati dai traumi della mondializzazione – che si concentra per dar luogo ad uno scenario complesso, ad una scena estetica che rispecchia (e non può non farlo) il «sogno di evasione di una civiltà che lavora» (Elias).
Antonello Tolve