«Il bianco dello zucchero», avvisa l’artista, «ricorda anche il dramma della cocaina che
devasta economie, società e naturalmente i corpi umani, in America Latina (e in
particolare in Bolivia) ma anche in Europa e nel resto del mondo. Questo riferimento –
con l’uso del merletto, quasi strumento chirurgico – allo stesso tempo un tentativo di
ricostruzione dell’anima e del corpo dinanzi a questa e a altre devastazioni». Per terra,
dal punto in cui installato il cuore e fino a raggiungere una parete, presente una ulteriore installazione (Senza titolo) realizzata dall’artista con della polvere di marmo,
installata a spolvero con dei merletti merletti per dare un idea di decoro e di caducità, di apertura all’aperto di una solitarietà. A collegare tutti i lavori in mostra , poi, una traccia audio, quasi il battito del cuore che coincide con un’espressione della vita e con il battito del lavoro.
A cuore aperto, 2017-2018, installation view, Fondazione Filiberto e Bianca Menna.
Nei cinque merletti che contraddistinguono questo ciclo, ognuno dei quali ha una durata annuale o biennale ed è caratterizzato da una trama interna che punta su sistemi ornamentali differenti per creare un gioco di trasparenza, di presenza dell’assenza, l’artista ha ancora una volta lavorato sul proprio corpo, portando verso l’esterno i propri organi vitali – il cuore (2015), l’encefalo (2016-2017), il fegato (2018-2019), i polmoni (2020-2021), i reni (2023) – per ridefinirli e ridisegnarli, per collegare
qualcosa che ha a che fare con il proprio luogo d’origine a una nuova cultura, assimilata e dunque inevitabilmente intrecciata a un modus operandi, sempre in progress.